Old engraved illustration of Assyrian art - lion

In questi giorni di gran canicola africana, le riflessioni sullarticolo di Nicola Pedde richiedono una rinfrescata alla memoria storica sul progetto della dinastia Pahlavi che – pur con tutti i suoi tratti autocratici e le sue contraddizioni – conteneva unintuizione di fondo che oggi si tende a rimuovere: la convinzione che per laicizzare davvero lIran bisognasse affrancarlo dal dogma islamico, riscoprendo lanima profonda della Persia pre-islamica.
Dalle riforme trasversali di Reza Shah alla celebrazione delle radici achemenidi sotto Mohammad Reza, il tentativo fu quello di contrapporre al misticismo arabo-sciita la grande eredità di Ciro il Grande, le suggestioni dello zoroastrismo, la dignità di una civiltà millenaria che non aveva bisogno dei turbanti per definire la propria identità. Unoperazione di laicizzazione statale che cercava nel simbolo del Leone e del Sole una legittimazione autonoma e moderna, alternativa alloscurantismo dei mullah.
Ma la lezione più tragica e sanguinosa del 1979 – quella che oggi si autodefinisce «sinistra» sembra averla colpevolmente dimenticata – fu il ruolo di quelli che chiameremo «ribelli progressisti». Accecati dallintransigenza ideologica e da un anti-imperialismo da macchietta, i movimenti marxisti, gli studenti laici e i socialisti dellepoca decisero di stringere un patto col diavolo: fiancheggiarono layatollah Khomeini, convinti nella loro colossale ingenuità di poter usare il fanatismo religioso come piccone per abbattere la monarchia, per poi gestire la rivoluzione a modo loro.
La storia, che non perdona limprudenza degli utili idioti, presentò un conto ferocissimo. Non appena insediato il regime teocratico, i turbanti non persero tempo: le carceri si riempirono degli stessi militanti di sinistra che avevano sventolato le bandiere della rivoluzione, e la teocrazia sguinzagliò i suoi boia per tagliare la testa a chi la rivoluzione laveva spianata a colpi di cortei e volantini.
Oggi assistiamo al medesimo cortocircuito cerebrale. Gli eredi ideologici di quella stessa intellighenzia continuano a fare i pignoli su Reza Pahlavi e sul simbolo della Persia laica, terrorizzati dal fantasma della monarchia mentre la teocrazia impicca donne e giovani ogni santo giorno. Preferiscono lestetica della purezza al pragmatismo della liberazione. Ma chi non impara dai propri errori storici è condannato a ripeterli: rifiutare oggi qualsiasi leva di opposizione pragmatica in nome di unutopia dottrinaria significa finire, ancora una volta, per fare da spalla ai carnefici di Teheran.

Letture
Maziar Behrooz, Rebels with a Cause: The Failure of the Left in Iran, Bloomsbury Academic, 1999.
Stephanie Cronin (a cura di), Reformers and Revolutionaries in Modern Iran: New Perspectives on the Iranian Left, RoutledgeCurzon, 2004.

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