«Noi siamo la nostra memoria, noi siamo questo museo chimerico di forme cangianti, questo mucchio di specchi rotti.»
Jorge Luis Borges, Elogio dell’ombra
Nel mio ultimo intervento ho sollevato una questione etica e culturale sulla riscrittura etnica e contestuale nei film storici. La risposta speculativa (e prevedibilmente cinica) di Odorizio ha derubricato il tutto a una banale transazione di mercato: Hollywood vende ciò che il pubblico progressista vuole comprare. Ma la verità è molto più articolata, e decisamente più inquietante. Il problema non risiede solo nelle stanze dei bottoni delle major, ma nei meandri dei nostri lobi temporali.
Il nostro cervello non è un hard disk che registra dati immutabili; è un motore narrativo poroso. Quando guardiamo un film che stravolge la storia, non stiamo semplicemente assistendo a una finzione: stiamo attivamente riprogrammando la nostra memoria collettiva. La psicologia cognitiva ha dimostrato che la mente umana fatica enormemente a separare i fatti reali dai dettagli di sfondo appresi attraverso una narrazione emotivamente coinvolgente1.
Il pericolo maggiore prende il nome di errore di monitoraggio della fonte. Il nostro cervello è straordinariamente efficiente nel ricordare un’immagine vivida – come un Gengis Khan europeo o un Ulisse orientale – ma è pigro nel ricordare dove ha acquisito quell’informazione. A distanza di mesi o anni dalla visione del film, la falsa informazione cinematografica sperimenta una forma di “falsa familiarità”: viene rievocata come un fatto storico reale, soppiantando le nozioni corrette apprese sui libri di scuola2.
Ciò che fa davvero paura è la pervasività di questo meccanismo. Alcuni esperimenti chiave hanno dimostrato che anche quando gli spettatori vengono esplicitamente avvertiti, subito prima della proiezione, che il film contiene deliberate falsità storiche, assimilano comunque le menzogne della sceneggiatura fino al 50% delle volte. L’avviso generico non basta: la forza emotiva del mezzo visivo scavalca le nostre difese razionali.
Se a questo sommiamo l’effetto sociologico della teoria della coltivazione – secondo cui l’esposizione ripetuta a narrazioni mediali distorte finisce per coltivare una nuova percezione della realtà nel pubblico di massa – capiamo che il blind-casting ideologizzato non è un gioco innocente. Sta creando una generazione priva di coordinate storiche oggettive.
La soluzione? Non è la censura, ma una radicale e urgente alfabetizzazione mediatica. Dobbiamo imparare a guardare lo schermo con un bisturi cognitivo in mano, consapevoli che l’inclusività politica non può diventare una lobotomia storica. Se non difendiamo la verità del passato, non avremo gli strumenti per comprendere la complessità del presente.
L’inquinamento della cultura generale tramite la finzione: In un celebre studio del 2003, già citato nel precedente articolo, («Learning facts from fiction», Journal of Memory and Language), i ricercatori E. J. Marsh, M. L. Meade e H. L. Roediger hanno dimostrato come la lettura o la visione di opere creative contenenti errori fattuali vada a inquinare stabilmente il bagaglio di conoscenze generali dei soggetti, i quali faticano nel tempo a identificare la finzione come fonte del loro errore. ↩
Il monitoraggio della fonte e l’esperimento di Butler: Il neuroscienziato cognitivo Andrew Butler (in Psychological Science, 2009) ha evidenziato come i film storici popolari inseriscano falsi ricordi nella memoria degli studenti fino al 50% delle volte, un bias che si neutralizza solo posizionando avvisi specifici esattamente nel momento in cui la scena falsa si consuma sullo schermo. Il quadro teorico di riferimento per questi errori di attribuzione risale agli studi pionieristici di M. K. Johnson sul Source Monitoring (1993). ↩