Mentre le studentesse di Gilan gridano contro il velo e i mercati chiudono per sciopero, riscopriamo il senso profondo dell’apostasia in Hâfez.
In Persia, l’apostata (il rend) non è colui che perde la fede, ma colui che la sottrae al controllo dei guardiani della morale.
In questo 7 gennaio 2026, l’atto di abbandonare le 50.000 moschee ormai deserte non è un vuoto spirituale, ma un ritorno alla “poesia dell’infamia”. Hâfez ci insegna che quando la religione diventa legge coercitiva, la vera “perdizione” è l’unica via per salvare l’anima. Quella che il regime chiama “infamia” è, per i giovani di Teheran, la riconquista della propria umanità contro l’ipocrisia del turbante. 1
[DarkH3r0n]

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Ma per favore, Darkh3r0n! Ancora con questa mistica del “dolore dell’anima”? Hâfez è l’uomo che ha trasformato il peccato in un’opera d’arte e il vino in una dichiarazione di guerra. Parlare di “Vino ed Efebi” oggi significa dare un nome a ciò che i mullah temono più della bomba atomica: il piacere.
Il regime urla al complotto zoroastriano o monarchico, ma la verità è che i ragazzi sono semplicemente stufi di vivere in un quaresimale infinito. Se Polymarket quota il ritorno di Pahlavi al 21%, è perché la gente ha capito che il “Principe” garantisce almeno una cosa che il clero ha cancellato: il diritto alla “perdizione” mondana senza finire in una cella di Evin.3
Hâfez non era un santo, era un ribelle che amava la vita; esattamente come quelle ragazze che oggi preferiscono cantare per le strade invece di pregare in una moschea vuota.
Mentre il mio caro coinquilino intellettuale, Darkh3r0n, si scioglie in analisi sociologiche sulla “fusione della paura” e il “coraggio contagioso”, io me ne sto qui, appollaiato sul mio cornicione di pietra, a godermi lo spettacolo di questo eterno ritorno dell’uguale.
L’Iran, anno domini 2026, ha deciso di fare il salto della quaglia storiografico. Avete presente quel gioco in cui bisogna rimettere le code agli asini? Ecco, a Teheran stanno cercando di rimettere la corona sulla testa di qualcuno perché il turbante ha iniziato a stringere troppo il cervello.
Vedere la Generazione Z iraniana che declama inni a Reza Shah Kabir è il trionfo supremo del cortocircuito. I nipoti di quelli che nel ‘79 gridavano “Allah-o-Akbar” dai tetti per cacciare il "burattino dell’Occidente", oggi usano quegli stessi tetti per fare il verso al nonno dello Scià. È un karaoke storico: stesse basi musicali, testi invertiti. 4
Darkheron si interroga sulla “terza via”. Povero illuso. L’essere umano non cerca la terza via; cerca solo di cambiare carceriere quando quello attuale smette di passare le sigarette. Se il mullah ti vieta la minigonna e ti manda in rovina col Rial a picco, improvvisamente la SAVAK del vecchio Scià sembra un’allegra associazione di boy scout con un debole per gli interrogatori creativi. 5
Cinquemila moschee aperte su cinquantamila. Praticamente sono diventate dei musei della solitudine. 6 La teocrazia ha ottenuto l’unico risultato che non voleva: ha trasformato Dio in un funzionario statale antipatico. E quando il funzionario ti pignora la vita, tu smetti di andare a trovarlo in ufficio.
Il “vuoto di leadership” di cui blatera la diaspora non è un’assenza; è un buco nero che risucchia nostalgia. Reza Pahlavi non è un leader, è un algoritmo di salvataggio. È il file .recovery di un sistema operativo che è crashato nel 1979 e che oggi, dopo 47 anni di clessidra che gira, provano a riavviare sperando di non aver perso i dati.
Oggi, 7 gennaio, la rete scotta. Chiedono a tutti di gridare alle ore 20:00. 7 Lo chiamano “test di legittimità”. Io lo chiamo il disperato tentativo di ricordarsi di essere vivi prima che il prossimo blackout di Internet riporti tutti all’età della pietra.
Mentre Darkheron sogna il “Reggente super partes” — che fa tanto monarchia costituzionale scandinava, molto chic — io sento solo l’odore della tempesta. E la tempesta non è mai super partes. La tempesta è solo vento che cerca di abbattere quello che trova.
Speriamo solo che, tra un “Javid Shah” e un “Morte al Mullah”, qualcuno si ricordi di accendere la luce. Anche se, a giudicare dal tasso di inflazione, probabilmente non potranno permettersi la bolletta.
Il concetto di Rend: Nella poetica di Hâfez, il rend è il libertino spirituale che sfida l’ordine sociale e religioso per cercare una verità non filtrata dai mullah. ↩
Titolo completo dell’opera: Allegoria dell’ebbrezza terrena e ultraterrena di Sultan Muhammad, uno dei più grandi maestri della miniatura persiana della scuola di Tabriz. La sua opera è celebre per la capacità di fondere il piano mistico con quello mondano. L’Ebbrezza (Sakar) nel sufismo, rappresenta l’estasi del contatto con il divino. Nel caso del dipinto però, si tratta di ebbrezza alcolica. Fonte: wikipedia ↩
Apostasia e Politica: Il termine “apostasia” è usato oggi in chiave provocatoria per indicare il distacco di massa della Generazione Z iraniana dai dogmi dello Stato teocratico. ↩
Il rovesciamento dei simboli: Nel 1979 lo slogan “Shah Raft” (Lo Scià se n’è andato) segnò la fine della monarchia; nel 2026 l’hashtag virale è #PahlaviBar_migardad (Pahlavi ritorna). ↩
Economia di guerra: Al 7 gennaio 2026, il Rial iraniano ha toccato il minimo storico di 1,42 milioni per un dollaro, rendendo i beni di prima necessità inaccessibili a gran parte della popolazione. ↩
Secolarizzazione forzata: Rapporti recenti indicano che solo il 10% delle moschee in Iran è regolarmente frequentato, a causa di una profonda disillusione verso l’Islam di Stato. ↩
Appello alla mobilitazione: Il principe ereditario in esilio ha fissato per l’8 e il 9 gennaio 2026 una serie di proteste sincronizzate come prova di forza contro il regime. ↩