Women on the streets of Tehran, 1960s.

«La speranza non è la convinzione che qualcosa andrà bene, ma la certezza che qualcosa ha senso, indipendentemente da come andrà a finire.»

Václav Havel, Disturbare la pace, 1986

Mentre il mio cinico amico Odorizio osserva le pietre di Teheran col piglio di chi aspetta solo di vederle crollare, io non posso fare a meno di guardare ai volti. In questo 7 gennaio 2026, lIran non sta semplicemente vivendo una protesta; sta attraversando un parto storico, doloroso e necessario.

1. La “Sincronicità” come coscienza collettiva

Nelle democrazie occidentali siamo abituati a considerare il dissenso come un rumore di fondo; in una teocrazia, ma in generale in uno stato di polizia moderno, la sincronia è lunica arma contro la frammentazione della paura. Quando milioni di persone decidono di compiere lo stesso gesto allo stesso istante — che sia un grido dal balcone alle ore 20:00 o uno sciopero silenzioso nel Bazar — il potere cessa di essere onnipotente perché perde il monopolio dello spazio e del tempo. Perciò appello lanciato per domani e dopodomani, l8 e il 9 gennaio dal principe ereditario Reza Pahlavi, non è un semplice invito a gridare slogan. È un esperimento di sincronicità (ham-zamani)1.

2. Il “Reggente” come ponte verso il domani

Odorizio vede nel ritorno del nome Pahlavi una nostalgia polverosa. Io vi scorgo una necessità pragmatica. In un Paese dove la repressione ha sistematicamente “decapitato” ogni leadership interna, lidentificazione di un “reggente”2 nella figura di Reza Pahlavi può servire a evitare labisso. Non si tratta di restaurare un assolutismo, ma di trovare un garante che sia “al di sopra dei partiti”, capace di parlare allesercito regolare per evitare una guerra civile e di traghettare la nazione verso un referendum realmente democratico. È il modello della transizione spagnola: unautorità storica che usa se stessa per smantellare lautoritarismo.

3. Il deserto delle moschee e la nuova identità

Il dato delle 50.000 moschee chiuse3 non è un numero, è un abisso spirituale. La teocrazia ha consumato il sacro sullaltare del potere politico, spingendo le nuove generazioni a cercare altrove le radici della propria identità. Questo “vuoto” non viene riempito solo dal desiderio di consumismo o di libertà “occidentali”, ma da un profondo bisogno di normalità. Lo slogan “Javid Shah” (Lunga vita allo Scià) oggi non è uninvocazione alla divinità del Re, ma un codice culturale per dire: “Vogliamo tornare a essere padroni della nostra storia, non sudditi di un dogma”.

Fuoco sotto la cenere

C’è un elemento che sta agendo nel profondo della psiche collettiva iraniana in questo gennaio 2026, ed è la riscoperta dello Zoroastrismo. Non si tratta solo di una conversione religiosa, ma di un atto di riappropriazione storica. Mentre le 50.000 moschee restano vuote, il simbolo del Faravahar riappare ovunque: sui ciondoli, sui muri, nei profili social.

Zoroastrismo e Pahlavismo sono diventati, per molti giovani, le due facce della stessa medaglia: la ricerca di un “Iran senza turbanti”. La dinastia Pahlavi, fin dai tempi di Reza Shah il Grande, spinse molto sulla connessione tra la monarchia e il passato pre-islamico per costruire un’identità nazionale che non dipendesse dal clero. Oggi quel legame si è riattivato. Invocare il nome dello Scià e riscoprire le radici zoroastriane è un modo per dire che lidentità iraniana è più antica, più profonda e più vasta della teocrazia nata nel 1979. Non si tratta di conversioni, è lidentificazione con quel passato, con le radici del paese che lislam voleva cancellare. È il ritorno a unetica della luce contro quello che molti percepiscono come loscurantismo del presente.

Una possibile via duscita

La sfida dellIran sarà quella di trasformare l“energia del fuoco” che scioglie la paura in una luce che illumini la ricostruzione. Non possiamo permettere che la caduta del regime si trasformi in una nuova caccia alluomo, come quella che purtroppo molti figli di funzionari dovettero subire nel 1979. La “terza via” esiste: è una democrazia laica che sappia integrare le diverse anime del Paese — dai curdi ai baluci, dai laici ai religiosi — sotto il cappello di una legalità ritrovata.

Conclusioni

Molti scettici, alcuni sinceri, altri per partito preso, ricordano che si è gridato al rovesciamento del regime anche troppe volte in questi anni, vero, ma non è un buon motivo per smettere di credere che, alla fine certi valori come democrazia, libertà individuali, eguaglianza, stato diritto non siano solo la base su cui poggia ledonismo occidentale, ma il requisito per la felicità di ogni popolo.

Forse domani sera, quando il silenzio di Teheran verrà rotto, non sentiremo solo un grido di rabbia, ma il primo respiro di una nazione che ha finalmente deciso di svegliarsi.

Approfondimenti
Middle East Institute
The Group for Analyzing and Measuring Attitudes in Iran
su twitter «Zoroastrianism in Iran has been quietly booming for years as people “visit” the temples». È il parere di un attivista, ma è comunque interessate.
Libri
Leggere Lolita a Teheran, Azar Nafisi, Adelphi, 2004
Finché non saremo liberi. Iran. La mia lotta per i diritti umani, Shirin Ebadi, Bompiani, 2024
Shahnameh. Il libro dei re, Abolqasem Ferdowsi, Utet, 2016.
Vino, efebi e apostasia. Poesia di infamia e perdizione nella Persia medievale, Hâfez, Carocci, 2011

  1. sincronicità (Ham-zamani): Termine usato dagli attivisti iraniani nel 2026 per indicare lazione coordinata di massa volta a saturare le capacità repressive del regime.  

  2. Ruolo della reggenza: Il concetto di Reza Pahlavi come “facilitatore” della transizione è al centro del dibattito politico della diaspora, volto a rassicurare la comunità internazionale sulla stabilità post-regime. 

  3. La crisi dei luoghi di culto: Secondo stime interne al clero iraniano, circa l80% delle moschee del Paese non svolge più funzioni regolari a causa della scarsa affluenza. Ma è un fenomeno generazionale e viene da lontano, nel 2020 un report «Iranians’ attitudes toward religion» (GAMAAN 2020) evidenzia che:

    The results show that 78% of Iranians believe in God, 37% believe in life after death, 30% believe in heaven and hell, 26% believe jinns exist, and 26% believe in the coming of a savior. Around 20% of the target population does not believe in any of the abovementioned.

    While 32% of the population identifies as Shi’ite Muslim, around 9% identify as atheist, 8% as Zoroastrian, 7% as spiritual, 6% as agnostic, and 5% as Sunni Muslim. Others stated that they identify with or follow Sufi mysticism, humanism, Christianity, the Baha’i faith, or Judaism, among other worldviews. Around 22% identified with none of the above.

    Approximately half of the population reported losing their religion. On the other hand, 41% did not report significant changes in religious or non-religious views during their lifetime. Around 6% of the population said they had converted from one religious orientation to another.

    Around 60% reported that they do not pray, while around 40% differed in their reported frequency of praying, among whom over 27% reported praying five times a day.

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