«La storia insegna come falsificarla.»
Stanisław Jerzy Lec, Pensieri spettinati
Mentre i puristi della coerenza storica si consumano le dita sulla tastiera piangendo sulla tomba della filologia e del rigore scientifico, i consigli d’amministrazione delle major cinematografiche stanno facendo l’unica cosa che sanno fare da un secolo a questa parte: contare i soldi.
Tutta questa patetica messinscena del casting inclusivo nei film storici non ha nulla a che fare con l’arte, con la giustizia sociale o con la riscrittura della memoria. È puro, cinico capitalismo di facciata 1. Se un produttore di Hollywood si convincesse che un Giulio Cesare interpretato da un guerriero Maori con i tatuaggi facciali sul Rubicone potesse far guadagnare lo 0.5% in più sulla piattaforma di streaming, state certi che avremmo il trailer pronto per la settimana prossima.
Il senso di colpa della classe media occidentale è la merce più redditizia del mercato contemporaneo: compri il biglietto, ti senti «inclusivo» per due ore ed eviti il fastidio di aprire un libro di storia.
DarkHeron, nella sua ingenuità da intellettuale illuminista, propone addirittura il compromesso: trasferiamo l’Iliade a Shanghai o nel deserto australiano per salvare la coerenza dei topoi. Ma ti prego! Al pubblico non frega nulla dell’onestà intellettuale, vuole solo il melodramma pettinato con i costumi colorati.
Eppure, devo ammetterlo: l’idea di vedere dei guerrieri aborigeni uscire da un canguro di legno (il famoso canguro di Troia) e le mura di Ilio cadere sotto una gragnuola di boomerang, è l’unico motivo valido che mi spingerebbe a pagare il biglietto del cinema quest’anno. Almeno ci risparmieremmo le solite lagne omeriche e ci godremmo un po’ di sano intrattenimento pulp. Smettetela di chiedere coerenza a un’industria che risponde solo all’algoritmo. Semmai, godetevi lo spettacolo del passato che brucia. Tanto, dalle mie parti a Notre Dame, siamo abituati agli incendi.
Note a piè di pagina:
Il fenomeno del “Woke Capitalism”: Termine socio-economico che descrive la strategia delle grandi corporation volta a sposare cause progressiste e identitarie al solo scopo di ripulire la propria immagine pubblica e massimizzare i profitti, senza che a ciò corrisponda una reale modifica delle strutture produttive o sociali. ↩